Le possibili cause di un problema che si riscontra spesso nelle classi di CrossFit®: una view personale
Ci sono argomenti che, prima o poi, vanno affrontati senza filtri.
E questo nasce proprio da un’esperienza personale, sia come trainer sia come “atleta” che frequenta le classi.
Ricordo perfettamente un giorno in cui avevo 26 persone in classe. Ventisei!!
Mentre spiegavo, mi sono ritrovata a pensare: “Quanto tempo mi servirebbe per correggere davvero ognuno di loro, se ce ne fosse bisogno?”
La risposta non mi è piaciuta, perché la verità è che un’ora non basterebbe mai.
Parliamo di 26 splendide “atlete” dai 60 ai 92 anni, persone che, proprio per l’età, avrebbero bisogno di attenzioni e correzioni costanti. Ma il tempo è quello che è, e non sempre riesco a darlo a tutte. In quei casi faccio quello che definisco un triage degli errori: individuo il più grave e intervengo su quello.
È stato in quel momento che ho realizzato quanto questo tema sia reale e quanto poco venga affrontato apertamente: ci sono classi in cui il coach non ti corregge. Non perché non voglia, ma perché, semplicemente, spesso non ci riesce.
E allora viene spontanea la domanda: quali possono essere le cause?
Perché il problema esiste, si sente, lo percepiscono tutti… ma spesso non lo si dice.
- Una delle cause principali è la mancanza di tempo. Sempre più spesso le programmazioni vengono caricate di contenuti, esercizi, varianti, skill, strength, WOD complessi, mobility, warm-up articolati. Tutto giusto, tutto bello… ma in 60 minuti non ci sta. Il coach si ritrova a correre contro il cronometro: deve spiegare, far partire, adattare, gestire. Risultato? Rimane pochissimo spazio per osservare davvero gli atleti e intervenire con correzioni utili.
- Un’altra causa evidente è il numero troppo elevato di persone in classe. Quando ti ritrovi davanti 14, 18 o addirittura 20 atleti, la gestione è già impegnativa. Ma quando arrivi a 26, come mi è successo quel giorno, la verità è che non puoi dare lo stesso livello di attenzione a tutti. È umanamente impossibile. E così qualcuno passa inevitabilmente inosservato.
- Poi c’è la stanchezza del coach: chi sta dall’altra parte spesso ha una giornata di 4, 6 classi e ore di lezioni private. Essere sempre lucidi, attenti e reattivi è complicato. Quando la fatica prende il sopravvento, la capacità di notare i dettagli inevitabilmente cala. Non è cattiva volontà: è fisiologia.
- A volte entra in gioco la disattenzione, naturale quanto fastidiosa. Il coach, come chiunque, può avere una giornata “no”, un pensiero che lo distrae, un calo energetico. Nel CrossFit®, però, la disattenzione ha un effetto immediato: meno occhio sugli atleti, meno correzioni, più errori lasciati andare.
- E, ultimo ma non ultimo, c’è la poca esperienza.
Saper vedere gli errori, scegliere quale correggere per primo, capire come comunicarlo, muoversi tra gli atleti con sicurezza… sono abilità che richiedono tempo e pratica. Chi è alle prime armi non vede ancora tutto, ed è normale.
Ed è proprio in queste situazioni, quando il coach non interviene o interviene poco, che accade un fenomeno molto comune nei box: sono gli stessi compagni di classe a diventare “mini-coach”.
A volte per aiutare davvero, altre per istinto, altre ancora perché non sopportano di vedere un movimento fatto male o potenzialmente rischioso.
E così, tra un set e l’altro, partono i classici:
- “Guarda che ti cade il ginocchio”,
- “Spingi più con le gambe”,
- “Non hai spaccato il parallelo”,
- “Occhio alla schiena”.
Un supporto tra compagni di allenamento che spesso nasce da spirito di gruppo, ma che mette anche in evidenza una mancanza: quella che dovrebbe essere la voce del coach.
Tutte queste cause, da sole o combinate, creano un effetto chiaro: l’atleta non riceve il feedback di cui ha bisogno. E le conseguenze si vedono in fretta.
Un errore non corretto diventa un’abitudine. Un’abitudine scorretta porta a inefficienza, stagnazione e, nel peggiore dei casi, a un infortunio. Ma c’è anche un impatto psicologico: sentirsi “non visti” abbassa la motivazione, indebolisce la fiducia, fa perdere quel senso di cura che dovrebbe essere alla base di ogni classe.
Questo però non è un atto d’accusa. È un invito a guardare la realtà da entrambi i lati. Perché un buon coach può essere travolto da troppe variabili, e un atleta può aiutare tantissimo con una semplice domanda: “Sto facendo bene?” “Coach mi guardi?” .
Un gesto piccolo, che spesso riporta l’attenzione al punto giusto.
La verità è che una classe di qualità nasce dall’incontro tra osservazione del coach e disponibilità dell’atleta.
Quando entrambe mancano, la lezione perde valore. Ma quando entrambe funzionano, il CrossFit® torna ad essere quello che dovrebbe: un ambiente dove si cresce, si impara, si migliora, si fa amicizia.
E ci si sente visti. Sempre.

