Il caso Joanna Wietrzyk ad HYROX Pechino: tra mentalità competitiva, sicurezza dell’atleta e responsabilità dell’organizzazione

Il caso Joanna Wietrzyk non dovrebbe diventare una gara a chi fa la battuta più cattiva. La domanda vera è un’altra: dove finisce la mentalità da campione e dove comincia il dovere di fermarsi?

Partiamo da una cosa: questo articolo non vuole parlare necessariamente dell’episodio di incontinenza fecale che ha coinvolto Joanna Wietrzyk per il suo lato più spiacevole ma un momento per fermaci e porci delle domande e delle riflessioni.

Le immagini hanno fatto rapidamente il giro dei social e, come spesso accade, in poche ore si è passati dalla competizione alla battuta facile, dal commento ironico al giudizio di ogni tipo. Nel frattempo tramite le pagine ufficiali, Hyrox si è sostanzialmente scusata dell’accaduto e che prenderà provvedimenti affichè queste cose non si ripeteranno.

Ma se mettiamo da parte l’imbarazzo, quello che rimane è una domanda decisamente più interessante:

Perché Joanna ha continuato a gareggiare?

E soprattutto: perché nessuno l’ha fermata?

Joanna Wietrzyk è un’atleta di altissimo livello, detentrice del record mondiale “HYROX Women Solo“. Durante la gara di Pechino in Cina ha avuto un episodio di incontinenza fecale, ma ha continuato la prova fino alla fine, conquistando anche la vittoria. Ed è proprio qui che, secondo noi, vale la pena fermarsi.

Non sull’episodio in sé, ma su quello che è successo dopo.

Il corpo dice stop. La testa dice ancora avanti?

Chiunque abbia praticato sport a livello competitivo conosce quella sensazione. Sei dentro la gara, hai un obiettivo, hai investito mesi di allenamento per arrivare a quel momento e nella tua testa esiste una sola possibilità: andare avanti.

La fatica diventa un rumore di fondo, il dolore viene gestito, le gambe bruciano, il fiato manca, ma continui.

È una delle caratteristiche che ammiriamo negli atleti: la capacità di soffrire, resistere e non mollare, quante volte lo abbiamo sentito nelle nostre interviste.

Ma esiste un momento in cui questa mentalità smette di essere una virtù?

Se Joanna si è resa conto di quello che stava accadendo, perché ha scelto di continuare?

Non possiamo saperlo. Potrebbe essere stata l’adrenalina, la concentrazione, la volontà di non perdere la gara o semplicemente quella mentalità competitiva che porta un atleta a pensare prima al risultato e poi a tutto il resto.

Ma potrebbe anche esserci stata una componente fisiologica, problemi intestinali, stress, ansia e ecc…

Questo non significa che Joanna avesse necessariamente uno di questi problemi. Non lo sappiamo (e ammettiamo che non abbiamo letto forse a sufficienza le news sul caso) e non sarebbe corretto fare diagnosi guardando un video.

Ma proprio per questo diventa difficile giudicare dall’esterno la sua decisione. Personalmente si, si sarebbe dovuta assolutamente fermare per lo meno per senso di pudore e soprattutto di rispetto sapendo che non era in un capannone da sola ma c’erano altri atleti di fianco e, purtroppo, anche dietro di lei. Ma come dicevamo sopra, l’atleta che è ossessionato (non necessariamente in senso negativo) dalla performance non si rende conto. Esattamente come il pugile che tutto insanguinato e stordito vuole continuare a combattere lo stesso e non si rende conto che sta rischiando per la sua incolumità.

E l’organizzazione?

Qui entra in gioco l’altra metà della questione.

Un atleta che gareggia non è solo. Ci sono giudici, race director, volontari e personale medico. Tutte figure che hanno anche il compito di garantire che la competizione si svolga in sicurezza.

E in una gara come HYROX c’è un ulteriore elemento: gli atleti condividono spazi e attrezzature.

Quindi, a un certo punto, la questione non riguarda più soltanto la salute di chi sta gareggiando, ma anche gli altri concorrenti.

Chi deve decidere quando è arrivato il momento di fermarsi?

In alcuni sport questo principio è già molto chiaro. Nel pugilato, per esempio, l’arbitro può interrompere un incontro quando ritiene che continuare possa mettere in pericolo l’atleta. Nell’atletica esiste invece una figura medica, il Medical Delegate, che può disporre il ritiro di un atleta per motivi di salute.

Il concetto è semplice: la volontà dell’atleta di continuare non è sempre sufficiente.

Ed è esattamente la domanda che ci poniamo guardando il caso Wietrzyk.

Se l’atleta non si ferma, chi deve avere la responsabilità di dire basta? E in questo caso perché le è stato consentito di andare avanti in quelle condizioni? In un’ora di gara nessuno è stato in grado di prendere una decisione! Mettendo a rischio la salute dell’atleta, degli altri partecipanti oltre a rendere tutto particolarmente grottesco e schifoso (…lo possiamo dire?).

La cultura del “non mollare mai”

Forse il problema è più grande di questo singolo episodio.

Nel mondo del fitness competitivo abbiamo costruito una vera mitologia dell’atleta indistruttibile forse anche colpa “nostra” che esaltiamo le gesta di atleti fino a renderli delle macchine che non si possono fermare.

Quello che vomita e riparte. Quello che cade e si rialza. Quello che finisce la gara completamente svuotato.

La mentalità è: non mollare mai.

Ma siamo sicuri che debba essere sempre celebrata?

Perché esiste una differenza tra resilienza e ostinazione. Tra spingere il proprio corpo oltre la zona di comfort e ignorare un segnale che dice che qualcosa non va. Tra l’agonismo e il buon senso.

Forse dovremmo iniziare a raccontare la performance in maniera diversa. Non tutto ciò che è estremo è necessariamente eroico.

La vera domanda

Alla fine, forse la domanda non è soltanto “Joanna avrebbe dovuto continuare?”

La domanda più interessante è:

  • “Perché è stato possibile che continuasse?”

In uno sport che porta deliberatamente il corpo vicino al proprio limite, la professionalità non dovrebbe consistere soltanto nel sapere quanto si può spingere. Dovrebbe consistere anche nel sapere quando bisogna smettere di spingere. E questo vale per l’atleta, ma anche per chi quell’atleta lo segue, lo giudica e organizza la competizione.

Forse la vera frontiera della preparazione mentale non è insegnare agli atleti a sopportare ancora un minuto.

È insegnare loro che, qualche volta, fermarsi è la scelta più difficile e più professionale che possano fare.

Perché vincere una gara è importante ma la salute dell’atleta, la sicurezza degli altri concorrenti e il rispetto dovrebbero esserlo ancora di più.

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