Alcuni Paesi come Iran, Cuba e Korea del Nord sono esclusi dai CrossFit Open per via delle sanzioni
Negli ultimi giorni alcuni atleti hanno ricevuto un’email che spiega l’impossibilità di completare la registrazione ai CrossFit Open. Il motivo non è tecnico né sportivo, ma legale: riguarda le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, motivo per cui alcuni atleti di alcune nazioni sono stati bannati.

Il nodo legale: le sanzioni OFAC
Nella email (vedi immagine sopra) si fa riferimento all’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un ufficio del U.S. Department of the Treasury che amministra e applica sanzioni economiche basate su obiettivi di sicurezza nazionale e politica estera.
Secondo quanto comunicato, a causa delle sanzioni attualmente in vigore, CrossFit LLC , quale soggetto giuridico statunitense, non può “condurre affari” con soggetti residenti in determinati Paesi, tra cui:
- Corea del Nord
- Iran
- Cuba
Essendo appunto una società US, CrossFit è giuridicamente obbligata a rispettare la normativa federale e anche un’attività apparentemente semplice come l’iscrizione a una competizione online rientra nella definizione di transazione commerciale.
Perché l’iscrizione agli Open è considerata “fare business”
Registrarsi ai CrossFit Open comporta:
- il pagamento di una quota di iscrizione,
- l’accesso a una piattaforma ufficiale,
- l’inserimento in una classifica internazionale,
- la possibilità di avanzare nel percorso competitivo.
Dal punto di vista legale, tutto questo costituisce un rapporto commerciale tra l’atleta e l’azienda. Se il Paese di residenza è soggetto a sanzioni OFAC, l’azienda secondo le norme statunitensi non può accettare la transazione, indipendentemente dalla natura sportiva dell’evento.
Pertanto per agli atleti:
- non è possibile completare la registrazione ufficiale.
- non si può comparire nella leaderboard globale.
- non si può accedere, quindi, al percorso competitivo ufficiale.
Tuttavia, magra consolazione, l’email precisa che gli atleti possono comunque consultare il sito dei Games e svolgere gli allenamenti settimanali in modo non ufficiale, senza però essere inseriti nel sistema competitivo.
Una questione legale, non sportiva
È importante sottolineare che non si tratta di una decisione tecnica o discrezionale presa dall’organizzazione per ragioni sportive. La limitazione deriva da un obbligo normativo legato alla legislazione statunitense. Certo, potremmo dire che sport e politica debbano viaggiare su due binari separati.
Questo, però, apre una riflessione più ampia. In un contesto globale come quello dello sport e in particolare in una community che si definisce inclusiva e internazionale, l’esclusione di atleti per motivi geopolitici genera inevitabilmente frustrazione e dibattito.
Gli atleti coinvolti non vengono esclusi per meriti o demeriti sportivi, ma esclusivamente per il quadro normativo internazionale in cui opera l’azienda organizzatrice. In contensti Olimpici vediamo per esempio atleti gareggiare sotto bandiere neutrali, si poteva prevedere una cosa simile? Probabilmente no in quanto il tema risiede nella transazione commerciale (pagamento dell’iscrizione) che viene effettuata da un Paese sottoposto a sanzione economica.
Il caso evidenzia una tensione sempre più frequente nel mondo contemporaneo: lo sport è globale, ma le aziende che lo gestiscono sono soggette a legislazioni nazionali. Quando queste leggi includono sanzioni economiche, l’impatto può arrivare fino alle competizioni sportive.
Per gli atleti colpiti, la delusione è comprensibile. Per l’organizzazione, il rispetto delle normative federali è un vincolo non negoziabile.
In definitiva, questa vicenda dimostra come anche un evento sportivo online possa trovarsi al centro di dinamiche giuridiche e geopolitiche che vanno ben oltre il campo di gara.

